domenica 23 agosto 2015

Il giorno di Virginia

Giorno Quattro
Il quarto giorno del nostro viaggio nel sud dell'Inghilterra è iniziato con un incendio. Le fiamme erano quelle della casa di Barbara Hepworth, che si trasferì a St. Ives nel 1949 e vi morì ventisei anni dopo, nell'incendio accidentale divampato nel suo studio. Il fatto che numerosi artisti si riunirono a St. Ives nel Novecento lo avevamo raccontato qui. Oggi però, in attesa di Virginia, vorrei concentrarmi su Barbara, una donna bellissima e dall'intelligenza limpida che nella sua casa, poco lontano dal mare, fuse i colori delle piante e le tinte essenziali delle sue sculture, le forme sinuose degli alberi e quelle tondeggianti e aspre dei suoi lavori. Benché si trovi in Cornovaglia, la sua abitazione ha qualcosa di greco: vi si respira aria ellenica, ispirazione ellenica, gusto ellenico. E infatti, se si va a scavare un po', si scopre che dall'arte cicladica e dall'arte greca arcaica Barbara era rimasta folgorata.
Chi mi conosce sa che questa è una delle mie grandi passioni, tanto che la mia prima tesi si intitolava proprio "Primitivismo e Grecia: come l'arte preellenica e l'alto arcaismo hanno influenzato gli artisti del Novecento". Era il luglio 2004 quando l'ho discussa con un archeologo e uno storico dell'arte contemporanea che rappresentano due dei miei maestri. Due anni dopo la Fondazione Goulandris di Atene avrebbe dedicato a questo tema la mostra Shaping the beginning rendendomi ancora più entusiasta a riguardo. Ma quello che conta, in questo caso, è stato ritrovarla qui, in questo viaggio oltremanica, quell'idea di Grecia. L'idea che potesse essere fonte rinnovata e continua di spunti e di vitalità, non di variazioni sul tema ma di rivoluzioni copernicane. L'archeologia mi ha insegnato questo: cercare sempre le fonti, scavare con cura, strato dopo strato, senza trascurare nulla. Curare i dettagli, ma soprattutto non aver paura di sporcarsi le mani, perché i tesori si trovano lì, sempre sotto terra. Forse è anche per questo che mi piacciono le scultrici, Genni prima tra tutte, e poi Barbara e le altre. Lo studio della Hepworth è protetto oggi da una grossa vetrata. Da qui lei accedeva, un tempo, al giardino. Sempre da qui i visitatori possono oggi osservarne gli abiti e gli strumenti da lavoro, intuendone le tecniche, immaginandosene le movenze. Per me è stato un po' come venirla a trovare a casa sua, Barbara, nella stanza tutta per lei che l'aveva vista plasmare il suo mondo e le sue forme. E nessuna visita poteva essere più adatta di questa, nella giornata che si sarebbe rivelata, per eccellenza, la giornata di Virginia.
Usciti dalla casa-museo, abbiamo dato indicazioni ad alcuni italiani che si erano smarriti per le vie di St. Ives e ci siamo diretti a fare provviste in vista di un picnic sulla spiaggia di Porthminster. Prima, però, mi sono intrufolata da St. Ives Bookseller, una graziosa piccola libreria collocata in una delle vie interne della cittadina. Lì, su uno scaffale giusto all'altezza del mio naso, mi aspettava un libro rivelazione: Virginia Woolf & Vanessa Bell: A Childhood in St. Ives. E' stato leggendo questo libro-album che ho scoperto che la casa dove Virginia aveva passato l'infanzia, quella da cui osservava il faro che avrebbe reso immortale in To Lighthouse, esisteva ancora. Talland House era a pochi metri da me, a poca distanza da quella spiaggia, persino a pochi metri dalla camera vista mare in cui stavo vivendo in quei giorni. Lì per lì mi è mancato il fiato. Non solo avevo potuto ammirare sin dal primo giorno a St. Ives il faro di Godevry Island. Non solo lo avevo osservato al mattino presto e sul far del tramonto, nel pieno pomeriggio e a mezzodì, da ogni angolazione possibile chiedendomi sempre se, proprio da lì, Virginia lo avesse guardato. Ora avrei potuto cercare la casa. Toccare con mano il fatto che c'era ancora e che non era cambiata poi molto. Così, dopo il pranzo sulla sabbia a pochissimi passi dall'oceano gelido e attorniati dai gabbiani terribili e bellissimi della Cornovaglia, siamo partiti alla ricerca. Riccardo è bravissimo in queste cose e -fotografie in bianco e nero alla mano- ci siamo arrampicati lungo la ferrovia e quindi nel giardino e sul retro di quello che oggi è il St. Ives Harbour Hotel. Dopo qualche attimo di smarrimento (la collocazione esatta la conoscevamo solo da una foto del 1894), eccola là. La casa.
A Talland House Virgina, Vanessa, Adrian e Thoby passarono gli anni forse più belli della loro vita. Pescavano, nuotavano, esploravano i boschi e le scogliere, dipingevano (Vanessa), chiacchieravano sino a notte fonda assieme a Stella, si lasciavano confortare nel buio dalla luce del faro. Qui imparavano a sentire con quella intensità che Virginia racconterà in Gita al faro. I suoi genitori, Leslie e Julia Stephen, avevano acquistato la casa nel 1881 e vi passarono la loro prima estate l'anno seguente, quando Virginia non aveva neppure un anno. Julia era bellissima e piena di vita: sua zia, la fotografa Julia Margaret Cameron, la aveva immortalata in ritratti splendidi e il pittore preraffellita Edward Burne-Jones ne aveva fatto una delle sue modelle più candide e pure. Sino alla morte di questa donna incantata eppure piena di senso pratico, le estati della famiglia Stephen (che comprendeva anche i figli del primo matrimonio di Julia) trascorsero lì, su quelle scogliere. Mancava solo Laura, la figlia di Leslie e Hariet: la piccola aveva un nonno celebre, quel William Thackeray dalla cui penna erano nati La fiera delle vanità e Berry Lyndon. Ma la sua salute mentale era fragile e complessa. La scrittura è come una scatola cinese: più annoto e più vorrei scrivere e anche di Laura un giorno vorrei raccontarne di più; per ora mi limito a segnalare questo link sulla sua storia, ripromettendomi di riconoscerle un giorno un po' dello spazio che merita. Le estati dunque trascorrevano luminose e diamantine. Poi tutto cambiò: alla morte della moglie (Julia era la seconda sposa che perdeva dopo Hariet), Leslie fu travolto dal dolore e vendette la casa di St. Ives, quel luogo che Virginia definiva (vado a memoria) "il dono più grande che mio padre ci abbia mai fatto". In quel momento l'infanzia dei fratelli Stephen si chiudeva per sempre. Stella, frutto del primo matrimonio di Julia assieme a George e Gerald e sorella amatissima, prese simbolicamente il posto della madre. Sarebbe morta giovane anche lei, lasciando l'eredità pesante e difficile del suo ruolo a Vanessa. Qui si aprirebbe un nuovo capitolo sull'adolescenza dei giovani Stephen e il loro trasferimento a Bloomsbury, ma sarà bene affrontarlo altrove e rimanere, ancora qualche istante, a St. Ives. La morte della mamma e la perdita di Talland House furono un unico cocente dolore per gli Stephen: la ricostruzione di quell'infanzia chiusa tanto bruscamente e la ricerca della madre perduta furono così la ragione per cui Virginia scrisse Gita al faro. Quando lo lesse, Nessa scrisse alla sua Ginia:

«A me sembra che tu abbia tracciato un ritratto della mamma che le somiglia più di quanto avrei mai creduto possibile. È quasi doloroso vedersela risuscitare davanti. Sei riuscita a far sentire la straordinaria bellezza del suo carattere... È stato come incontrarla di nuovo... Essere riuscita a vederla in questo modo a me sembra un'impresa creativa che ha del miracoloso...»



L'anno dopo la morte del padre -un personaggio dalle fattezze e la cupezza biblica, un uomo severo, duro e allo stesso tempo, mi pare, fragilissimo- i quattro Stephen torneranno a St. Ives alla ricerca di ciò che sono stati. Lo stesso accadrà pochi anni dopo e Virginia verrà raggiunta da Vanessa e da suo marito Clive Bell. E ancora nel 1909, quando una mattina si troverà a passeggiare per Regent Park, Virginia si fermerà all'improvviso: le sembrerà insensato essere lì a Londra mentre a poche ore di distanza c'è il luogo che ama. Non avrà esitazioni: acquisterà un biglietto del treno e partirà all'istante. Sarà a St. Ives alle 22.30 senza nulla: nè denaro, nè orologio, nemmeno un cappotto. Ma, un po' come la Nina di Cechov, Ginia sarà sempre attratta dall'acqua "Io sono attratta dal lago, come un gabbiano. Ho il cuore pieno di voi".

In questo caso il lago di Cechov diventa mare, anzi oceano. E si trasforma nell'acqua delle Onde e di Gita al Faro in cui la Woolf  non racconta, mostra. Ci fa vivere attraverso i suoi occhi, ci offre le sue deformazioni per darci l'idea esatta dei luoghi che sente per come li sente.
Come ha imparato a St. Ives.
E come fa Cézanne, che Virginia adorava, con le sue mele.



ps. Questo pezzo è stato scritto ascoltando Le onde, l'album che Ludovico Einaudi ha scritto in omaggio al libro di Virginia.






Giorno Uno

Giorno Due

Giorno Tre

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